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venerdì 15 gennaio 2010

Da spacciatore di droga ad assistente domiciliare

dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 14.01.2010

NOICATTARO IL COMUNE E LA GIUSTIZIA AVVIANO UN PROCEDIMENTO SPERIMENTALE: IL RAGAZZO AIUTERÀ ANZIANI E DISABILI
  Da spacciatore di droga ad assistente domiciliare 
  Così un giovane di buona famiglia sconterà la condanna a 8 mesi - di VITO PRIGIGALLO

«Lavori forzati». Con una massiccia dose di ironia qualcuno ha così definito la «misura alternativa alla pena» cui sarà sottoposto un giovane di Noicattaro. Il quale, condannato alla pena di otto mesi di reclusione e in attesa di scontarla, sarà al centro di una sperimentazione piuttosto rara dalle nostri parti, frutto dell’accordo tra i Servizi sociali del Comune di Noicattaro e l’Uepe, l’Ufficio esecuzione penale esterna del Tribunale di Bari. Un giovane «normale», proveniente da una famiglia altrettanto «normale».

mercoledì 30 settembre 2009

Noicattaro, fratello ladro ucciso: chiedo giustizia !!

dalla Gazzetta del Mezzogiorno Web del 29.09.2009

Sabato notte, durante una rapina ai danni dell'imprenditore di Noicattaro Giuseppe Difino, Luigi Bartoli (pregiudicato di 45 anni) è stato colpito mortalmente con un'arma da fuoco, detenuta legalmente dall'imprenditore. Oggi, il fratello della vittima, l'artista Sabino Bartoli, chiede giustizia. L'imprenditore non è indagato. Ieri è stata ritrovata bruciata l'auto dei ladri.

BARI - Luigi Bartoli era fratello di Sabino Bartoli, l’attore reso celebre da «L’Ariamara», il film, diretto da Mino Barbarese, un cult nel filone artistico della malavita barese, conosciuto nelle versioni televisive (su Telenorba nei prossimi mesi andrà in onda la terza serie) e cinematografica. Sabino Bartoli ha anche preso parte a fiction televisive di rilievo nazionale come «La Squadra» e al film «Fuori di me» del regista emiliano Gianni Zanasi. Musicista e cantante, ha interpretato e composto insieme a Luigi Rana ed Enzo Strippoli anche l’inno della squadra di calcio, Bari grande amore. La sua voce, al telefono, restituisce lo stato d’animo di un uomo schiacciato da un dolore enorme.

Signor Bartoli, quale idea si è fatto della tragedia?

«Mio fratello minore Luigi, purtroppo, era un ladro. Nessuno può negare questa verità. È altrettanto vero, però, che non meritava di fare questa fine. Lui non era in grado di fare del male a una mosca. Ha vissuto una esistenza travagliata, fatta di impieghi e lavori saltuari. Ogni tanto, commetteva dei furti».

 Quasi uno scherzo del destino: suo fratello che muore come in una scena dell’«Ariamara». Detto con estremo rispetto della tragedia che vi colpisce, naturalmente.

«Evidentemente, le mie interpretazioni artistiche sono cosa diversa dalla mia vita reale. E dalla vita di mio fratello. Questo lo capiscono anche i bambini. Coincidenze a parte, io chiedo soltanto giustizia».

Cioè?

«Se questa storia sarà archiviata senza la formulazione di un’ipotesi di reato, da domani qualsiasi cittadino potrà sparare impunemente non appena avrà sentito il minimo rumore in casa, senza che la legge gli presenti il minimo conto».

In base a quello che lei ha appreso in queste ore, come si immagina la sequenza della notte fra sabato e domenica?

«Io sono convinto che mio fratello Luigi non sia salito nell’abitazione di Giuseppe Difino. Mio fratello, con tutta probabilità, era rimasto giù, davanti alla palazzina, a fare il palo. Insomma, ad aspettare che i complici terminassero l’opera. Era un tentativo di furto, non di rapina».

Perché pensa che lui facesse il palo?

«La dottoressa dell’ospedale San Paolo che ha visto il corpo di mio fratello parla di un proiettile, al torace, esploso dall’alto verso il basso. Perciò non condivido la versione che mio fratello, si trovasse dietro la porta della stanza da letto, con i complici».

Invece gli investigatori sembrano convinti che tutti e tre fossero dietro la porta della stanza matrimoniale.

«Ho fiducia nel pm e nei carabinieri. Del resto, l’autopsia e l’esame balistico chiariranno ogni dettaglio. La mia famiglia però chiede giustizia».

OGGI L'AUTOPSIA. LA PROCURA: IL PADRONE DI CASA NON E' INDAGATO

L’autopsia sul corpo di Luigi Bartoli, l’uomo di 45 anni ucciso da un imprenditore di Noicattaro mentre tentava di compiere un furto o una rapina in casa sua sabato notte, sarà compiuta con ogni probabilità oggi pomeriggio. Il pm Marcello Quercia, per stamattina, alle 12,30, ha convocato il medico legale Luigi Strada, al quale affiderà l’incarico. Che quasi certamente sarà compiuto nella stessa giornata odierna. Secondo i primi accertamenti dei Carabinieri, un solo proiettile avrebbe raggiunto Bartoli al torace, causando il dissanguamento.

Intanto, all’alba di ieri è stata ritrovata, incendiata, l’auto utilizzata dai malviventi per arrivare da Bari a Noicattaro, intorno all’una della notte fra sabato e domenica. La vettura, una «Ford Focus », è stata trovata alla periferia Nord di Bari, nei pressi della masseria Framarino, fra il quartiere San Paolo e l’aeroporto di Palese. In quell’auto Bartoli, in fin di vita è stato trasportato dai complici - che non hanno ancora un volto né un nome - fino all’ospedale San Paolo. Un percorso di oltre 20 chilometri, la cui lunghezza è stata forse fatale a Bartoli, che probabilmente è morto in auto. Gli altri due ladri hanno scaricato il cadavere davanti al nosocomio e sono scappati, temendo forse di essere accusati di omicidio.

Insomma - si domandano gli inquirenti - se gli altri due rapinatori avessero puntato a un ospedale più vicino, forse il loro «compagno » sanguinante si sarebbe potuto salvare? Anche questo aspetto sarà chiarito dall’autopsia.

In base ai primi rilievi dei Carabinieri, Bartoli, personaggio noto alle forze dell’ordine per reati contro il patrimonio e in particolare per alcuni furti, è stato colpito al petto da uno dei proiettili esplosi dall’imprenditore noiano Giuseppe Difino, 52 anni, attraverso la porta della stanza da letto nella quale stava dormendo con la sua compagna. Come ha raccontato Difino nel lungo interrogatorio in caserma domenica mattina, egli e la sua compagna avrebbero udito passi concitati e frasi in dialetto barese, nel corridoio della casa di via Incoronata 88. Quei rumori li avrebbero svegliati. Alcuni istanti dopo, avrebbero intuito che i malviventi stavano armeggiando con un grosso cacciavite sulla serratura della stanza. Quindi Difino ha impugnato la calibro 9 detenuta regolarmente e ha sparato due volte. Un proiettile avrebbe attraversato il legno della porta e, così deviato, ha raggiunto Luigi Bartoli al petto. Bartoli è riuscito con i complici a fuggire per le scale dell’abitazione e poi tra i campi, raggiungendo l’auto, parcheggiata alla periferia di Noicattaro. È morto, presumibilmente dissanguato, durante la fuga.

Dalle indagini risulterebbe anche che Difino avrebbe esploso altri due colpi in aria, mentre inseguiva i tre ladri, dopo essere sceso in strada. Fonti ufficiali della Procura confermano che Difino non sarebbe iscritto nel registro degli indagati: «Gli elementi raccolti fanno presumere che ci troviamo di fronte ad un fatto di legittima difesa », afferma il procuratore aggiunto Pasquale Drago. E precisa: «Fino a questo momento l’imprenditore non è indagato».

di CARLO STRAGAPEDE

venerdì 28 agosto 2009

'Hai molte bollette da pagare? Allora fai una bella collezione'

tratto da Repubblica — 28 agosto 2009 pagina 7 sezione: BARI
«Ho un sacco di bollette» spiega la vittima all' usuraio per giustificare un ritardo nel pagamento. «Allora fai una collezione» risponde lo strozzino, capitano della stessa impresa per cui lavorava, come commercialista, l'uomo da cui pretendeva il denaro. «Io sono un orologio svizzero, io ti tampino» avverte l´usuraio, intercettato dai carabinieri della compagnia di Triggiano in cinque incontri con la vittima. «Ma dietro di me, c´è un orologio svizzero st...». Il commercialista deve pagare dieci rate da 7mila e 500 per restituire i 50mila euro ricevuti, ma non riesce a raggiungere la cifra pattuita. «A te, se non ti faccio cambiare io mestiere, non te lo fa cambiare nessuno» sibila allora Tortelli. La rabbia del manager-usuraio inizia a montare appena capisce che non avrà tutto il denaro: «Quando prendo e ti cambio i connotati, non è che ti devi chiamare più commercialista, ti devi chiamare ragioniere piccolo piccolo». Ma il commercialista non può dare nulla di più di quello che ha in tasca. «Questi sono i mille, più mille... la restante parte a fine mese te la do, dammi qualche tempo, dammi qualche giorno di tempo e te li do»: la vittima cerca di temporeggiare nell´ultimo incontro, quello avvenuto due giorni fa nella zona industriale di Noicattaro. Prima, però, aveva anche pensato di vendere la casa dove vive con i genitori: solo il fatto che l´appartamento fosse intestato ai parenti lo ha fermato. L´usuraio non accetta assegni, vuole solo contanti ed evita di lasciare tracce: «l´avvocato (un legale del foro di Bari che al momento non è indagato, ndr) ha detto né assegni né cambiali... stai fermo». Si parla per telefono solo per dire lo stretto necessario: «Quando chiami, dici vieni a prenderti le buste paga, le fatture» ordina l´imprenditore al commercialista, poco prima di essere arrestato per usura.

Usura a Noicàttaro !!


video tratto da Antenna Sud - articolo tratto da La Repubblica
Procacciava affari per un'organizzazione di usurai ed arrivava a chiedere alle sue vittime fino al 50% degli interessi. Ad essere fermato è un imprenditore barese che aveva prestato denaro a tassi usurari al commercialista della sua stessa azienda.L'imprenditore in questione è Giuseppe Tortelli, di 41 anni, socio dell'azienda 'Queen fruits srl'.Le prime contestazioni risalgono all'aprile scorso quando la vittima, un commercialista di Noicattaro che teneva la contabilità dell'azienda di cui è socio Tortelli, trovandosi in un momento di difficoltà economica, si è rivolta all'imprenditore: Tortelli gli ha prestato 50.000 euro, con la pretesa di ottenerne in restituzione 75.000 in dieci rate mensili da 7.500, comprensive di interessi. Da quel giorno è cominciato il calvario del commercialista che è stato bersagliato da continue minacce ogni volta che si avvicinava la data di scadenza delle rate. L'imprenditore era particolarmente scaltro perchè raccomandava alla vittima di restituirgli il denaro solo in contanti e gli consigliava come comportarsi quando parlava con lui al telefono.Una conversazione intercettata durante le indagini riassume meglio di altre la perspicacia di Tortelli: "...L'avvocato - afferma - ha detto nè assegni...nè cambiali...stai fermo...ad incassarli non se ne parla proprio...". "...Oh...quando chiami...dici vieni a prenderti le buste paga...".

giovedì 27 agosto 2009

Imprenditore arrestato per usura.

NOICATTARO - ''A te, se non ti faccio cambiare io mestiere, non te lo fa cambiare nessuno. Ti prendo e ti cambio i connotati, non è che ti devi chiamare più commercialista. Ti devi chiamare ragioniere piccolo, piccolo...”. Erano tutte di questo tipo le minacce che un imprenditore del barese rivolgeva – secondo l’accusa – al commercialista della sua azienda al quale aveva prestato 50.000 euro al tasso usurario del 50%. In cambio aveva ottenuto, alla scadenza, appena 12.000 euro. L'imprenditore-usuraio è stato fermato stamattina dai carabinieri. E’ Giuseppe Tortelli, di 41 anni, socio dell’azienda 'Queen fruits srl' di Noicattaro, a sud di Bari. Secondo i carabinieri, non avrebbe agito da solo ma sarebbe stato il procacciatore di clienti di un clan che opera nel rione San Paolo di Bari che nel corso degli anni si è specializzato nei prestiti ad usura. Le prime contestazioni che i carabinieri rivolgono all’uomo risalgono all’aprile scorso quando la vittima, un commercialista di Noicattaro che teneva la contabilità dell’azienda di cui è socio Tortelli, trovandosi in un momento di difficoltà economica, si è rivolta all’imprenditore. Tortelli gli ha prestato 50.000 euro, con la pretesa di ottenerne alla scadenza 75.000. Il piano di rientro prevedeva infatti il pagamento di dieci rate mensili da 7.500 l’una, interessi compresi. A garanzia dell’operazione il professionista aveva firmato due assegni in bianco. Dal giorno del prestito però – sostengono i carabinieri – è cominciato il calvario del commercialista, bersagliato da continue minacce ogni volta che si avvicinava la data di scadenza delle rate che il professionista non era in grado di saldare. Gli incontri tra i due avvenivano o nella zona industriale o nei pressi del palazzetto dello sport di Noicattaro. L’ultimo appuntamento risale a mercoledì scorso, che i carabinieri hanno anche filmato. Ne è seguita una perquisizione durante la quale, nella disponibilità dell’imprenditore, i militari hanno trovato i 2.000 euro che aveva appena ricevuto dalla vittima, oltre a documenti contabili ritenuti utili alle indagini. L'imprenditore – sostengono gli investigatori – era particolarmente scaltro perchè raccomandava alla vittima di restituirgli il danaro solo in contanti e la istruiva sul modo in cui avrebbe dovuto parlargli al telefono. Una conversazione, intercettata durante le indagini, riassume meglio di altre l'astuzia di Tortelli: “...L'avvocato – afferma – ha detto nè assegni...nè cambiali...stai fermo...ad incassarli non se ne parla proprio...”. “...Oh...quando chiami...dici vieni a prenderti le buste paga...”.

mercoledì 19 agosto 2009

Anna Lasorella da Noicattaro agli Usa: «Lì cercano chi è bravo»

Vive a New York da dieci anni ma appena può torna a Noicattaro. «Sono molto legata alla mia famiglia e soprattutto ora che i miei genitori sono anziani, faccio ritorno a casa anche 6-7 volte nell'arco dell'anno». Anna Lasorella è una pediatra, esperta di biologia dei tumori cerebrali, ricercatrice presso il Columbia university medical center di New York. Lavora con il marito Anto - nio Iavarone, anche lui pediatra, anche lui esperto di tumori cerebrali, anche lui ricercatore alla Columbia. Insieme hanno scoperto lo Huwe1 il gene che aiuta le cellule staminali a svilupparsi e a diventare adulte. La ricerca, che si è meritata la copertina della rivista internazionale Developmental Cell, dimostra che lo stesso gene è coinvolto anche nel più aggressivo fra i tumori del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme. La scoperta promette di avere conseguenze importanti sulla ricerca di base relativa alle cellule staminali, ma getta anche le premesse per future terapie contro i tumori. i due ricercatori hanno ipotizzato che l’attività di Huwe1 possa essere bassa nelle cellule dei tumori del cervello umano. Ipotesi che è stata confermata dal confronto fra i livelli di Huwe1 nel cervello normale e nei tumori cerebrali e dall’analisi condotta con un algoritmo messo a punto da un altro italiano, Andrea Califano, responsabile del Centro di Bioinformatica applicata allo studio dei tumori alla Columbia University. Abbiamo raggiunto telefonicamente la dottoressa Lasorella.Cosa hanno a che fare gli algoritmi con la ricerca genetica? In America c'è la corsa delle Università, dei centri di ricerca ad accaparrarsi le menti migliori, a creare delle squadre composte da individui che cercando di progredire, ogni giorno anche attraverso il confronto, la competizione. Lo scambio di informazioni, di conoscenze è indispensabile. Io e mio marito abbiamo attuato un rapporto di sinergia con un gruppo di informatici specializzati in biologia. Senza il loro aiuto non saremmo riusciti a fare determinate osservazioni, non avremmo progredito nella nostra ricerca. La dottoressa Lasorella e suo marito hanno lasciato l’Italia nel 1999. Entrambi lavoravano nella divisione di Oncologia pediatrica dell’università Cattolica di Roma e si ribellarono a una situazione di nepotismo. Si trasferirono a New York, nell’Albert Einstein College of Medicine. Negli Usa hanno collezionato un successo professionale dopo l’altro, pubblicando sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali.Il sistema universitario italiano vi ha voltato le spalle, costringedovi ad emigrare. Non abbiamo vissuto momenti piacevoli, il confronto con l'istituzione tesa a conservare lo "status quo", è stato molto duro. Per progredire bisogna cambiare, ammodernarsi, alimentare lo spirito di competizione. L'Italia è indietro per questo motivo, oltre che per la mancanza di finanziamenti. Bisogna investire risorse economiche e umane, lasciando spazio alle menti più brillanti, premiando chi più merita. Se foste rimasti in Italia sareste riusciti a scoprire il gene Hume1? Probabilmente restando all'interno di quel sistema che abbiamo rifiutato non saremmo riusciti a raggiungre i risulati conseguiti fino ad oggi. Di certo continuo a ritenere che nella ricerca c'è bisogna di premiare i migliori. Il diploma al liceo classico di Conversano, la laurea alla Università Cattolica di Roma, due specializzazioni e poi il lavoro nella divisione di Oncologia pediatrica dell’università . Nel 1993 sono andata a San Francisco dove sono rimasta per tre anni alla Università della California. Una esperienza al termine della quale ho deciso di tornare in Italia con l'ambizione di fare ricerca nella materia dei tumori cerebrali in pediatria unitamente all'attività clinica. Ho dovuto subito fare i conti con una realtà che mi teneva ai margini. Com’è stato andare via dall'Italia? È stato il prezzo che ho dovuto pagare per essere una donna e una professionista veramente libera. Sono molto legata alla mia famiglia e lasciarla è stata un sacrificio. Qualche volta è assalita dal pensiero di quello che avrebbe potuto essere se fosse rimasta in Italia? Non ho rimpianti e non per l'importanza dei risultati conseguiti con il nostro lavoro. Non ho rimpianti perché faccio il lavoro che sognavo. Sono soddisfatta e realizzata per quella che è la mia vita di ogni giorno, per la maniera in cui posso svolgere il mio lavoro. Ogni volta che vengo in Italia mi trovo di fronte gli stessi problemi di 10 anni fa. Incontro colleghi, bravi ricercatori che il sistema ha penalizzato e che sono rimasti indietro, non certo per colpa loro. I migliori, quelli che danno fastidio al sistema, vengono puntualmente emarginati. Sì, non avrei lavorato bene in Italia. Cosa ha trovato negli Stati Uniti che qui in Italia è certa di non trovare? Soprattutto la libertà, la libertà di lavorare nella maniera migliore e di esserne l'unica responsabile senza dover attendere la grazia di qualcuno. Tutto dipende da te. A un giovane che si iscrive oggi alla facoltà di Medicina, partendo da un piccolo comune come Noicattaro, con il sogno di diventare un ricercatore, lei che consiglio darebbe? Quello di avere il coraggio di non porsi dei limiti di tempo, di spazio, di luoghi. Di andare dove c'è il meglio. Di non aver paura di sacrificarsi, di fare delle scelte forti. Se non si ha la determinazione sufficiente per affrontare le sfide che il mondo della ricerca impone, meglio a quel punto fare il medico, l'attività di reparto, di corsia altrettanto importante.

"Fuga di cervelli", in Pugliaprogetto con clausola di ritorno

articolo tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno
di NINNI PERCHIAZZI BARI. «Ritorno al futuro» è la speranza di poter valorizzare il territorio grazie a risorse e ingegno locali. Il titolo del celebre film degli anni ‘80 denomina anche il progetto della Regione Puglia mirato a limitare la cosiddetta fuga di cervelli, un fenomeno odioso che negli ultimi lustri ha assunto dimensioni sempre più corpose. Un trend da bloccare per evitare il rischio di rallentamento della crescita produttiva, economica e sociale della regione. Sono ben 40 i milioni di euro stanziati dall’ente regionale per offrire un’oppor tunità, in Italia o all’estero, ai giovani laureati pugliesi di arricchire le proprie conoscenze, migliorare il proprio bagaglio culturale, accrescere la propria professionalità. In cambio viene chiesto loro di non recidere il cordone ombelicale con le proprie origini: onorare un patto attraverso il cosiddetto Contratto etico giovanile. In pratica quanto acquisito presso le migliori università del mondo deve poi essere messo a disposizione della propria terra. Al momento sono ben 1.700 ad aver usufruito di una borsa di studio in discipline umanistiche, economiche- giuridiche e scientifiche per un esborso di poco superiore a 22 milioni L’assessore regionale Michele Losappio approdato alle deleghe al Lavoro e alla Formazione professionale (dopo essere stato per 4 anni alla ripartizione Ambiente) in virtù del rimpasto estivo voluto dal presidente Vendola, crede fermamente nel progetto avviato dal suo precess ore. «Il progetto - spiega - utilizza i fondi strutturali europei (Fse) che vengono affidati al settore della formazione professionale. Una parte di questi soldi, anziché essere indirizzata ai tradizionali enti storici viene destinata a specifiche borse di studio». A chi sono riservate? Ai laureati che decidano di partecipare a master di qualità in Italia oppure all’estero. Grazie a questo progetto la Regione Puglia copre il costo di questi corsi di specializz azione. Con una particolare clausola? Esatto. Chi usufruisce del finanziamento, al termine del master deve tornare in Puglia per mettere a disposizione del territorio le competenze acq uisite. È un primo passo importante, ma serve anche qualcos’altro. Non è una garanzia. Né sarà sufficiente per evitare nuovi fenomeni di fuga, perché per far ciò è necessario legare la ricerca al mondo delle imprese. Solo in tal modo sarà possibile coniugare la crescita con la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma se tutto ciò è difficile se legato solo al possesso di titoli e attestazioni. Penso ai brevetti, alle invenzioni e a tutto ciò che può modernizzare la regione. Sotto questo aspetto, com’è il rapporto col mondo imprenditoriale? Le imprese preferiscono fare la ricerca in proprio, al loro interno, e lo fanno sfruttando i fondi messi a disposizione della Regione. Borse di studio e formazione interna da parte delle imprese sono importanti, perché tutto il mercato delle professioni che fa da cintura al mondo produttivo ha bisogno di nuovi innesti qualitativi. Lo ribadisco: la sinergia con le imprese è fondamentale.

giovedì 30 luglio 2009

Per vecchi rancori dovuti a debiti, picchia 56enne con la spranga di ferro.

articolo tratto dal Corriere del Mezzogiorno
BARI - Per vecchi attriti riconducibili probabilmente ad alcuni debiti, spranga in pugno, ha aggredito un uomo di 56 anni, di Noicattaro, in provincia di Bari, e poi ha danneggiato seriamente la sua auto. E' accaduto a Cellamare, dove i carabinieri hanno arrestato E. D., 27 anni, di Capurso, che dovrà rispondere di lesioni personali aggravate e danneggiamento. Il litigio è avvenuto all'esterno di un bar di Corso Roma. La vittima è stata trovata con il volto sanguinante, vicino ad una Mercedes di sua proprietà che presentava il parabrezza anteriore, il finestrino sinistro ed il cofano seriamente danneggiati. Sebbene in stato di shock, ha riferito ai carabinieri che nel corso di una discussione avvenuta poco prima con il 27enne, quest'ultimo, dopo averlo improvvisamente colpito con un pugno al volto, ha preso una spranga in ferro con la quale lo ha aggredito e ha danneggiato la sua auto. L'aggressore, poi, sospettando l'arrivo dei carabinieri, è fuggito a bordo della sua Alfa Romeo. I militari hanno raggiunto e bloccato l'aggressore nella sua abitazione, trovandolo in possesso della spranga rinvenuta nel cofano dell'auto. L'arma, lunga all'incirca 50 centimetri, è stata sequestrata mentre il 27enne è stato rinchiuso nel carcere del capoluogo pugliese. La vittima invece, soccorsa dai sanitari dell'ospedale di Bari-Carbonara, se la caverà in una decina di giorni.

mercoledì 11 febbraio 2009

Cornuto e mazzetta

Repubblica — 11 febbraio 2009 pagina 13 sezione: BARI
Un uomo di 31 anni di Noicattaro è stato arrestato perchè avrebbe preteso da un 40enne duemila euro per aver fatto riconciliare la sua amante con il marito. E' accaduto a Mola di Bari dove i carabinieri della compagnia di Monopoli hanno arrestato il 31enne. A quanto si è appreso, alcuni giorni fa il 40/enne ha saputo da una donna con cui aveva una relazione che suo marito era a conoscenza della situazione e che per non correre alcun rischio sarebbe stato meglio per loro troncare ogni rapporto. Dopo un paio di giorni il 40nne ha ricevuto la telefonata di uno sconosciuto - identificato nel 31enne - che gli ha chiesto di incontrarlo per 'discutere' della sua relazione sentimentale. Il ricattatore, gli ha detto che la donna si era riconciliata con il marito grazie alla sua mediazione e, approfittando dell' agitazione dell' uomo, gli ha intimato, con minacce, di versargli quanto prima due mila euro. La vittima ha denunciato l' accaduto ai carabinieri che hanno bloccato l' estortore mentre ritirava parte della somma chiesta.

giovedì 5 ottobre 2000

Anna Lasorella: "Da noi la bravura non paga ce ne siamo dovuti andare"

Repubblica — 05 ottobre 2000 pagina 12 sezione: CRONACA
ROMA - Antonio Iavarone e Anna Lasorella (NOJANA ndr), napoletani, marito e moglie, erano fra i ricercatori più promettenti del nostro paese. Dal ' 95 lavoravano allo studio del neuroblastoma al Policlinico Gemelli di Roma, reparto di oncologia pediatrica. "Ad allontanarci dall' Italia - racconta Iavarone - è stato un vero e proprio caso di nepotismo. Già nel ' 95 a Roma le ricerche avevano dato i primi, importanti risultati. Avevamo individuato il ruolo della proteina Id2 nello sviluppo di alcuni tumori dei bambini, primo fra tutti il neuroblastoma. Il nostro laboratorio era modernissimo, non aveva nulla da invidiare a quelli americani". Poi cosa è successo? "Il primario di oncologia pediatrica, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile. Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Sono circa 25 le pubblicazioni illegittimamente firmate dal figlio del professore. Poi, un giorno, all' inizio del ' 99, abbiamo denunciato tutto. Ne hanno parlato i giornali e le radio. Da quel momento, era chiaro, non potevamo più mettere piede nel laboratorio. Ce l' avrebbero fatta pagare troppo cara". Come ha reagito il professor Mastrangelo? "Ci ha fatto causa per diffamazione. Ha scritto decine di lettere ai colleghi per mettere in ridicolo le nostre accuse. I vertici dell' Università Cattolica hanno fatto quadrato intorno a lui. Noi, a nostra volta, abbiamo scritto al rettore, al preside, al direttore amministrativo e al direttore dell' ufficio legale. Nessuno ci ha mai degnato di una risposta. Non ci è rimasto che chiedere l' aspettativa e continuare le nostre ricerche negli Stati Uniti, dove da tempo avevamo avviato una collaborazione. La nostra richiesta è stata respinta dall' amministrazione. Se volevamo trasferirci oltreoceano dovevamo tagliare i ponti con il Gemelli. Abbiamo fatto ricorso al Tar e, naturalmente, abbiamo vinto. Oggi siamo in aspettativa". Il vostro è un caso isolato? "Penso di no. Qui negli Stati Uniti c' è una nutrita comunità di italiani che si occupa di ricerca. I nostri discorsi toccano spesso questo argomento. Ognuno di noi, diciamo così, ha qualcosa da raccontare. Noi siamo stati fortunati perché il nostro progetto di ricerca aveva suscitato l' interesse dell' Albert Einstein College. Ma per altri non c' è altra scelta che subire in silenzio". Cosa fa oggi il figlio del professor Mastrangelo? "Non abbiamo più molte notizie dal Gemelli. Ma mi dicono che lavora nello stesso reparto del padre. Il laboratorio, invece, è in decadenza. Il primario sosteneva che i nostri progetti non avrebbero mai portato a nulla. Troppo mirati alla ricerca di base, secondo lui. Troppo avulsi dalle applicazioni cliniche. Invece oggi stiamo addirittura per brevettare alcuni risultati. Fossimo rimasti in Italia avremmo fatto anche guadagnare dei soldi all' Università Cattolica". Quali sono stati i traumi del trasferimento? "Abbiamo dovuto affrontare tutto da soli. Le delusioni, le querele, gli avvocati. Per fortuna la nostra ricerca non ha subito ripercussioni. Già da tempo io lavoravo più negli Stati Uniti che in Italia, mentre mia moglie era rimasta a Roma. Avevo portato al Gemelli anche delle collaborazioni importanti dall' America, fatto tutt' altro che frequente. Oltreoceano abbiamo trovato immediatamente le condizioni migliori per proseguire le ricerche". Oggi prevale la soddisfazione o la delusione? "Sono italiano e mi sento italiano. Mi sono laureato al Gemelli, lì sono diventato ricercatore e ho lavorato per dieci anni. Avrei voluto che il prestigio di questo risultato ricadesse sul mio paese. Mi sento un esule e mi dà profondamente fastidio aver ottenuto tutto questo lontano dall' Italia. Sto cercando in tutti i modi di tornare, ma sono appena stato escluso da un concorso per diventare professore ordinario. E' così. Negli Stati Uniti si valutano i risultati. In Italia altri fattori, che nulla hanno a che vedere con la scienza. Tornerei solo se mi fossero garantite libertà, indipendenza e autonomia. Qui mi hanno abituato così".

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